Titolo : “La guerra dei Bepi”

Autore : Andrea Pennacchi

Casa editrice : people

Pagine : 111

Anno : 2020

Se fosse un’immagine : un cielo notturno di montagna dove volano migliaia di lanterne cinesi

Se fosse una musica : “Imagine” di John Lennon, nella versione degli A Perfect Circle

Per approfondire : “La fabbrica delle psicosi”, Luca Zendri, Quodlibet, 2011

 

 

Andrea Pennacchi è autore teatrale, attore e partecipa stabilmente alla satira di “Propaganda Live”; in questo testo, un po’ sceneggiatura e un po’ mémoire, racconta tre generazioni – la sua famiglia – attraverso i conflitti bellici delle loro epoche. In ogni guerra, un “Bepi” – nonno, padre, figlio – è un soldato. Attraversiamo nella narrazione le disfatte sul Carso, i partigiani rastrellati, la guerra civile in Somalia degli anni ’90; il tema è la trasmissione di contenuti tra le generazioni e la curiosa ripetizione – ogni volta – dei gesti, delle identiche paure, dell’intimità dei legami. Lo scenario di sempre, è quello della guerra. Nell’introduzione Pennacchi cita Hillman che in “Un terribile amore per la guerra” affermava che: “la guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica”.

L’immagine ricorrente è quella di un uomo-soldato che suo malgrado si ritrova minuscolo al cospetto di un mostro gigantesco, gettato nella dinamica del conflitto: trasmissione e ripetizione sono concetti cari alla psicoanalisi e in questa storia li ritroviamo costantemente. Molto è stato scritto in letteratura psicoanalitica sull’ipotesi trigenerazionale ad esempio nella genesi delle strutture psicotiche, conosciamo clinicamente l’importanza di questi due concetti centrali nel lavoro con i pazienti. In questo racconto vediamo molto bene come la narrazione familiare della memoria e/o la eventuale trasmissione traumatica del trauma originale possano avvenire anche tramite il silenzio delle parole e l’apparente chiusura agli affetti iscritti in quelle memorie. Tanto la traduzione simbolica tramite miti familiari, quanto il procedere inesorabile del tabù infatti, sembrano implacabili, seppur in maniera differente, nel costringere le generazioni successive (dalla terza generazione secondo alcuni autori) a incarnarne i fantasmi verso uno sviluppo patogeno.

L’alternativa a questo scenario è marcata da un altro elemento che emerge in maniera molto chiara dal racconto di Andrea Pennacchi: la presenza di una qualità umana e relazionale verso l’intrapsichico rispetto al tenere il dolore per le esperienze passate, per la gioia del ritorno, per la perplessità e lo sconcerto di fronte all’orrore di immagini-limite. Anche se spesso tra molti silenzi, questa tenuta viene trasmessa, non c’è traccia di psicosi nel libro di Pennacchi. Una immagine di reverié dell’autore ha la funzione, ad esempio, di un rito elaborativo: i monti del Carso, di notte, un unico sentiero, una lunga processione dei soldati, italiani e austriaci insieme, in silenzio, camminano, morti, senza più angoscia.

Il viatico necessario è l’ironia, veicolata dal dialetto veneto: il distacco dai superiori e l’incomprensibilità degli ordini, l’ingenuità, l’ignoranza e il legame che si sviluppa nella condivisione e nella vicinanza.

Rimangono la perplessità, l’inquietudine, le domande rispetto alla cecità dell’agito violento, al delatore, alle miserie del corpo della sofferenza, al disinteresse automatico per la vita dell’Altro. La perplessità, quando si riflette su questi aspetti spesso aumenta perchè vengono in mente i lavori di Hannah Arendt sulle normopatie dell'”uomo comune” – chiunque esso sia – piuttosto che le psicopatie barocche del Marchese De Sade, di Norman Bates o Hannibal Lecter. Questo perchè, seguendo Hillman, non è possibile comprendere l’amore per la pace senza comprendere anche quel terribile amore per la guerra che abita il pantheon della psiche.

Tuttavia Pennacchi ci ricorda che continuare a provare emozioni per quello che è successo, e mostrarlo – in maniera più o meno introversa – può essere una buona terapia. Il vecio dei suoi racconti va preso come un senex archetipico incontrato in un sogno: seduto a un tavolino di legno, guarda la bassa valle, un rosso sempre mezzo pieno davanti, cinico, caustico, apparentemente chiuso ad una comunicazione emotiva, alza lo sguardo, comunica il mandato a ricordare la testimonianza, cura quella perplessità, la si può tenere dentro con meno angoscia.

 

 

 

 

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