II ciclo: L’incontro con l’Oriente
Zatoichi (2003): vedere con gli occhi chiusi
Gli articoli proposti in questa rubrica riportano le riflessioni condivise dal gruppo di “Inter(cine)visioni”, che si riunisce mensilmente nell’Aula Bernhard dell’AIPA di Roma. La visione condivisa di un film accende un “libero gioco di immaginazione e intelletto” (Kant, 1790), ma anche di sensazioni, pensieri, sentimenti e intuizioni, quindi un preludio di conoscenza, un attivarsi di istanze simboliche, che poi iniziano a integrarsi in una cultura analitica condivisa. Si tratta di toccare assieme una sensibilità archetipica: “Ogni relazione con l’archetipo, vissuta o semplicemente espressa, è «commovente», cioè essa agisce perché sprigiona in noi una voce più potente della nostra” (Jung, 1922).
A cura di Valerio Colangeli,
Con la partecipazione di Alessandro Generoso, Roberta Verbaro, Riccardo Venci
Ci sono film che raccontano una storia e film che insegnano un modo di guardare. Zatoichi di Takeshi Kitano appartiene a questa seconda categoria.
Ambientato nel Giappone del XIX secolo, il film segue il viaggio di un massaggiatore cieco che attraversa villaggi segnati dalla violenza e dalla sopraffazione. Solo gradualmente scopriamo che quell’uomo apparentemente fragile è anche un guerriero straordinario. Attorno a lui si muovono altri destini: due geishe in cerca di vendetta, un giovane samurai costretto a vendere la propria abilità per proteggere la moglie malata, una contadina che continua a resistere, un ragazzo incapace di combinare nulla di ciò che tenta. Le loro vicende si intrecciano senza che nessuna diventi davvero protagonista assoluta.
Forse è proprio questo uno dei primi aspetti che colpisce. Nel film non c’è un unico eroe. L’eroismo sembra distribuirsi tra molti personaggi, soprattutto tra coloro che, pur non possedendo alcun potere, continuano ostinatamente a vivere. Il coraggio non coincide con la forza, ma con la capacità di restare umani dentro una realtà dominata dalla violenza.
Anche Zatoichi sfugge alla figura dell’eroe tradizionale. Curiosamente, non viene quasi mai chiamato per nome: è semplicemente “il massaggiatore”. La sua identità coincide con una funzione, con una maschera. Come spesso accade nella prospettiva junghiana, la Persona non è una menzogna, ma uno strumento attraverso cui il Sé entra in relazione con il mondo. Solo chi incontra il personaggio più in profondità scopre che dietro quella semplice maschera si nasconde molto altro.
Accanto a lui compare un personaggio apparentemente marginale: il giovane considerato folle, che interrompe continuamente la compostezza del racconto con corse, urla e gesti imprevedibili. Potrebbe sembrare una semplice parentesi comica, ma svolge una funzione simbolica importante. Dove il samurai rappresenta la disciplina e il controllo, il folle introduce l’imprevisto. La sua energia rompe il rituale della guerra e, proprio per questo, ne ridimensiona la retorica. È come se ricordasse continuamente che nessun mito, nemmeno quello dell’eroe, può essere preso troppo sul serio.
Anche il nipote della contadina sembra occupare uno spazio secondario. Non possiede alcun talento particolare, fallisce ripetutamente e suscita il sorriso dello spettatore. Eppure è proprio questa sua imperfezione a mantenere il film ancorato all’umanità. In una narrazione attraversata dalla morte e dalla vendetta, la comicità diventa una forma di equilibrio, ricordandoci che la psiche non vive soltanto di tragedia, ma anche di leggerezza.
L’intero film è attraversato da una profonda ritualità. Si apre e si conclude con una danza; perfino la colonna sonora sembra ridursi spesso a un ritmo essenziale, quasi un metronomo. I gesti quotidiani, il combattimento, il lavoro nei campi e perfino la violenza seguono una cadenza precisa. Il tempo non è semplicemente lo sfondo della narrazione: è ciò che tiene insieme il mondo.
Per uno sguardo analitico, Zatoichi offre anche un’altra suggestione. Il protagonista è cieco, ma proprio questa privazione sembra renderlo capace di cogliere ciò che agli altri sfugge. È difficile non pensare al lavoro clinico, dove spesso comprendere significa sospendere il desiderio di vedere subito, di sapere immediatamente, di riconoscere ciò che già conosciamo. Talvolta è proprio “spegnendo” uno dei nostri sensi abituali — le teorie, le aspettative, i pregiudizi — che diventa possibile incontrare davvero l’altro.
Anche la spada, nel film, non è soltanto un’arma. È il risultato di anni di disciplina, di esercizio silenzioso, di continua affinatura. In questo senso ricorda gli strumenti dell’analista: non tecniche da applicare meccanicamente, ma competenze che maturano lentamente, fino a diventare quasi invisibili. Quando sono davvero integrate, smettono di mettersi in mostra.
Il cinema orientale propone spesso un diverso modo di raccontare il viaggio dell’eroe e il confronto con l’Ombra. Meno centrato sull’affermazione individuale, più attento all’equilibrio, al ritmo e alla trasformazione silenziosa. Per chi si occupa di psicologia analitica rappresenta un invito prezioso: ampliare il repertorio delle immagini con cui ascoltiamo le storie dei pazienti, lasciando che siano anche miti e narrazioni lontane a suggerire nuove possibilità di significato.
Alla fine di Zatoichi resta forse soprattutto questa impressione: non sempre si vede meglio con gli occhi aperti. A volte è proprio rinunciando alla sicurezza dello sguardo che diventa possibile accorgersi di ciò che, fino a quel momento, era rimasto invisibile.

Riferimenti bilbiografici:
Hillman J. (1975). Re-Visioning Psychology
Jung C.G. (1951): Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé.
Jung C.G. (1921): Tipi psicologici
Stein M. (1998): La mappa dell’anima secondo Jung

