Titolo: Clinica dell’eccesso. Anoressie, dipendenze e nuove forme del sintomo 
Autore: Domenico Cosenza
Casa editrice: FrancoAngeli
Pagine : 200
Se fosse un’immagine: Ulisse legato all’albero della nave mentre ascolta il canto delle Sirene
Se fosse una musica: Alexandre Desplat, The painted veil
Per approfondire: Domenico Cosenza, Il cibo e l’inconscio
Nel vasto panorama delle riflessioni contemporanee sulle dipendenze, sui disturbi alimentari e sulle nuove configurazioni del disagio giovanile, la “Clinica dell’eccesso” proposta da Domenico Cosenza possiede il merito di sottrarsi tanto a posture pericolosamente moralistiche quanto ad un riduzionismo categoriale-bio-normativo. Mentre il discorso clinico contemporaneo tende spesso a spiegare il tratto clinico abnorme dell’eccesso come un problema di disfunzioni biologiche o come un passivo e acefalo consumo di oggetti e godimenti, Cosenza ci ricorda invece la natura della pulsione a godere come un “montaggio surrealista”: una costruzione paradossale che utilizza il corpo ma che non può essere mai ridotta alla sua biologia. È un dispositivo enigmatico, eccentrico, irriducibile a ogni logica adattativa e in questo senso l’eccesso non può essere compreso come una mera ipertrofia del piacere e anzi il fenomeno della ripetizione compulsiva è proprio il centro di un possibile lavoro analitico intorno a quel qualcosa che sfugge alla comprensione del soggetto stesso.
Punto importante: l’eccesso è solo illusoriamente il luogo della certezza del godimento, in realtà è il suo enigma. Se il soggetto contemporaneo tende a percepirsi come posseduto da una ripetizione inevitabile, la clinica mostra invece che anche nella più devastante delle dipendenze permane un resto opaco, un punto di non sapere che resiste alla spiegazione. Da questa prospettiva la compulsione non rappresenta tanto il trionfo del godimento quanto il fallimento della sua completa realizzazione. In questo senso anche l’etimologia della parola “eccesso” suggerisce una pista interessante: ex-cedere significa uscire, andare oltre, ma richiama anche il tema della cessione. Perché l’ingresso nella vita psichica e nel legame sociale richiede sempre una cessione simbolica: una rinuncia, una perdita e un’accettazione del limite che rende possibile l’incontro con l’altro. Nella clinica dell’eccesso ciò che appare compromesso è proprio questa capacità di cedere qualcosa del proprio godimento per entrare nello spazio condiviso della relazione.
Da questo punto di vista le figure cliniche descritte da Cosenza assumono quasi una dimensione archetipica: anoressia, tossicomania, bulimia e nuove dipendenze non sembrano soltanto sintomi individuali, ma immagini collettive di una cultura che fatica sempre più a trasmettere il valore simbolico della mancanza. Una nostra lettura junghiana non può non riconoscervi, al di là delle etichette nosologiche, delle immagini d’anima della contemporaneità, personaggi e scene che raccontano il progressivo indebolimento delle forme rituali della vita psichica capaci di mediare il rapporto tra desiderio e limite.
Particolarmente investito da questo fenomeno è il periodo dell’adolescenza dove il giovane contemporaneo dispone sì di un “sapere in tasca” – un accesso immediato e permanente all’informazione che produce l’illusione che ogni domanda possieda già una risposta disponibile – che tappa però qualsiasi contenitore producendo infiniti vuoti a perdere di godimenti eternamente traboccanti. Proprio questa apparente onniscienza rischia di impedire l’incontro con il trauma costitutivo del non sapere, con quel punto di opacità che Lacan chiamava Reale.
Lo psicoanalista contemporaneo è così chiamato a lavorare in uno spazio estremamente delicato: quello che si apre tra “la parola del giovane e il niente devastatore” che minaccia il lavoro simbolico. Non si tratta ovviamente di fornire nuove informazioni né di competere con il sapere algoritmico, ma di giocare uno spazio in cui possa emergere una domanda e un desiderio autentico, lento, soggettivo, misterioso, anarchico rispetto alla domanda del godimento della clinica dell’eccesso.
È soprattutto nell’incontro con il Reale del sesso e della morte che questa difficoltà appare evidente: le generazioni precedenti disponevano di una serie di veli simbolici, culturali e immaginali che mediavano l’impatto con questi eventi fondamentali dell’esistere. Senza questi veli psichici il rischio è che la comparsa di eros venga frequentemente esposta, mostrata, consumata e banalizzata prima ancora di essere desiderata; il paradosso è quindi che una libertà sessuale disincantata può non avere tanto a che vedere con una facilità di accesso al godimento quanto a una sua sovraesposizione priva però di emozione, intensità, mistero ed eccitazione. Qualità, che continuando a leggere la favola di Apuleio, sappiamo essere centrali nella vita erotica e pertanto psichica.
Qui emerge una possibile consonanza tra l’epistemologia lacaniana sulla quale lavora Cosenza e la psicologia analitica junghiana: Hillman avrebbe probabilmente ricordato come la funzione-Anima necessiti continuamente di immagini e narrazioni sì, ma anche di veli. Non per nascondere la verità, ma per renderla abitabile, per intuirla, occhieggiarla, vederla in trasparenza. Il velo non come opposto di conoscenza bensì come la sua condizione strutturale di accesso al registro simbolico.
In questa prospettiva la proposta di una psicoanalisi contemporanea è anche quella di una sorta di gioco del velo: non quindi come pratica della ri-velazione totale, ma come lavoro reintroducente l’interdizione di non-sapere, di distanza necessaria al desiderio, di tempo relazionale, e pertanto, non confezionabile. In sostanza, là dove il discorso contemporaneo promette trasparenza assoluta e soddisfazione immediata, l’analisi continua a difendere una opacità feconda dell’esperienza umana del desiderio.
Pur muovendosi all’interno di coordinate teoriche differenti da quelle junghiane, il libro interroga questioni che appartengono a ogni clinica del profondo: il rapporto tra desiderio e godimento, tra limite e libertà, tra simbolizzazione e agito. E forse il suo contributo più prezioso consiste proprio nel ricordarci che il vero fare-psiche rispetto alla polarizzazione incarnata del senza-limite contemporaneo non è una ipotetica disciplina morale né il fantasma onnipotente del controllo tecnico e normativo, ma la possibilità di vivere, al contrario, la possibilità di perdere godimento per poter continuare a trovare desiderio.

