II ciclo: L’incontro con l’Oriente

 

Inter(cine)visione su La città proibita (2025): Le ombre che ci abitano

 

Gli articoli proposti in questa rubrica riportano le riflessioni condivise dal gruppo di “Inter(cine)visioni”, che si riunisce mensilmente nell’Aula Bernhard dell’AIPA di Roma. La visione condivisa di un film accende un “libero gioco di immaginazione e intelletto” (Kant, 1790), ma anche di sensazioni, pensieri, sentimenti e intuizioni, quindi un preludio di conoscenza, un attivarsi di istanze simboliche, che poi iniziano a integrarsi in una cultura analitica condivisa. Si tratta di toccare assieme una sensibilità archetipica: “Ogni relazione con l’archetipo, vissuta o semplicemente espressa, è «commovente», cioè essa agisce perché sprigiona in noi una voce più potente della nostra” (Jung, 1922).  

A cura di Alessandro Generoso,

Con la partecipazione di Stefania Cataudella, Valerio Colangeli, Roberta Verbaro, Riccardo Venci

 

Nel film La città proibita di Gabriele Mainetti, quasi tutti i personaggi sono impegnati in una ricerca. Xiao Mei attraversa mezzo mondo per ritrovare la sorella scomparsa; Marcello cerca un padre che sembra essersi dissolto nel nulla; Wang tenta disperatamente di recuperare un legame con il figlio che gli sfugge. Ma, come spesso accade nelle storie che toccano dimensioni archetipiche profonde, ciò che viene cercato all’esterno finisce per rimandare a qualcosa che manca dentro. La ricerca dell’altro diventa ricerca di sé.

Xiao Mei arriva a Roma come una guerriera apparentemente invincibile. I suoi combattimenti hanno inizialmente il ritmo e l’estetica di un videogioco: colpisce senza essere colpita, domina senza vacillare. Eppure, proprio quando la sua armatura inizia a incrinarsi, quando emergono il dolore, la paura e la perdita, il personaggio acquista profondità. La vulnerabilità apre lo spazio dell’incontro. L’umanità di Xiao Mei emerge proprio nel momento in cui smette di essere un’eroina perfetta e si confronta con le proprie ferite. È allora che diventa possibile il rapporto con Marcello e che la storia si trasforma da racconto d’azione a percorso di trasformazione.

Un tema particolarmente suggestivo è quello del doppio. L’Oriente e l’Occidente si osservano e si rispecchiano continuamente. Il ristorante “Città Proibita” sembra rappresentare un luogo liminale, una soglia tra mondi differenti ma anche una metafora di quelle zone della psiche che preferiamo non frequentare.  Jung scrive: “[1]Ognuno di noi è seguito da un’ombra e meno questa è incorporata nella vita conscio dell’individuo, tanto più è nera e densa”. Ogni individuo custodisce una propria città proibita: desideri rimossi, paure, rabbie e aspetti di sé che faticano a trovare cittadinanza nella coscienza.

Anche il traduttore che accompagna Xiao Mei e Marcello assume un valore simbolico. Non è soltanto colui che traduce le parole, ma colui che rende possibile il dialogo tra mondi differenti. La scelta di affidare a una voce femminile la traduzione di Marcello e a una voce maschile quella di Xiao Mei richiama il tema junghiano dell’Anima e dell’Animus[2], le immagini interiori del femminile e del maschile che permettono l’incontro con l’alterità.

Il percorso di Marcello è segnato dalla progressiva scomparsa delle figure paterne. Per diventare adulto deve attraversare la perdita, la delusione e il crollo delle idealizzazioni. La morte del padre biologico e delle altre figure paterne rappresenta una separazione necessaria affinché possa emergere una nuova identità. Parallelamente anche Lorena è chiamata a una trasformazione che la libera da ruoli ormai troppo stretti.

Particolarmente intensa è la figura di Annibale. Nel momento finale, il suo gesto interrompe la catena della vendetta che rischiava di travolgere anche Marcello. L’abbraccio di quest’ultimo restituisce dignità umana a chi, fino a quel momento, era apparso soprattutto come colpevole. In quel gesto emerge la possibilità di uno sguardo che non riduce la persona al proprio errore.

Attraverso il linguaggio del cinema d’azione, delle arti marziali e del thriller, La città proibita mette in scena uno dei temi fondamentali della psicologia analitica: l’incontro con l’alterità. L’altro da noi, l’altro in noi. Oriente e Occidente, maschile e femminile, forza e vulnerabilità, amore e violenza. Come scrive Jung[3]: “Energeticamente, opposizione significa potenziale, la dove c’è potenziale c’è la possibilità di un decorso e di un evento, poichè la tensione degli opposti mira all’equilibrio”. Nessuno dei personaggi rimane uguale a prima. Ed è forse proprio questa la lezione più profonda del film: ogni incontro autentico ci cambia, e ogni ricerca dell’altro conduce, inevitabilmente, verso una parte ancora sconosciuta di noi stessi.

[1] Jung, Psicologia e Religione in Opere, volume 11 pag. 82

[2] Jung, Anima e Animus in Opere, volume 7

[3] Jung, Fenomenologia dello spirito nella Fiabe. In Opere, volume 9, pag. 226

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