II ciclo: L’incontro con l’Oriente
Lady Vendetta (2005): il rito della vendetta, il limite del perdono
Gli articoli proposti in questa rubrica riportano le riflessioni condivise dal gruppo di “Inter(cine)visioni”, che si riunisce mensilmente nell’Aula Bernhard dell’AIPA di Roma. La visione condivisa di un film accende un “libero gioco di immaginazione e intelletto” (Kant, 1790), ma anche di sensazioni, pensieri, sentimenti e intuizioni, quindi un preludio di conoscenza, un attivarsi di istanze simboliche, che poi iniziano a integrarsi in una cultura analitica condivisa. Si tratta di toccare assieme una sensibilità archetipica: “Ogni relazione con l’archetipo, vissuta o semplicemente espressa, è «commovente», cioè essa agisce perché sprigiona in noi una voce più potente della nostra” (Jung, 1922).
A cura di Roberta Verbaro,
con la partecipazione di Alessandro Generoso, Federico Nicolai, Stefania Cataudella, Valerio Colangeli
In Lady Vendetta (2005), terzo capitolo della trilogia della vendetta di Park Chan-wook, la violenza non è soltanto una risposta al male subito. Diventa un viaggio, un tentativo di espiazione, una cerimonia collettiva attraverso cui dare forma a un dolore altrimenti insostenibile. La vendetta assume quasi i contorni di un processo alchemico: qualcosa che dovrebbe trasformare la sofferenza, restituire un ordine al mondo e rendere possibile una nuova vita. Eppure, al termine del percorso, non sembra esserci una vera liberazione.
È proprio questa ambivalenza a rendere il film interessante per uno sguardo analitico. La vendetta appare necessaria, ma non risolutiva; permette di avvicinarsi al lutto senza poterlo cancellare. La protagonista, nel tentativo di dare una forma alla propria sofferenza, incontra anche il dolore degli altri. La dimensione individuale si apre così a una dimensione collettiva: persone ferite, ciascuna a modo proprio, si riuniscono per partecipare a un rito che nessuno potrebbe sostenere interamente da solo.
La sequenza in cui le vittime e i loro familiari si confrontano con il responsabile dei delitti porta questa logica alle sue estreme conseguenze. La violenza viene organizzata, distribuita, quasi amministrata attraverso una successione di gesti e decisioni. Il rituale non attenua l’orrore di ciò che accade, ma gli conferisce una forma. Come se, quando il dolore supera la capacità individuale di contenerlo, fosse necessario costruire una cornice condivisa per poterlo attraversare. La collettività può offrire sostegno e riconoscimento, senza per questo garantire una riparazione definitiva.
Anche le immagini più quotidiane assumono una particolare densità simbolica. Una torta, delle candeline, un girotondo: gesti che rimandano all’infanzia e alla possibilità di ricominciare, ma che qui si collocano accanto alla morte e alla vendetta. I compleanni celebrati non restituiscono semplicemente i figli perduti; consentono, piuttosto, di tornare a pensarli come figli, sottraendoli per un momento all’immagine della tragedia. Il cerchio si chiude, ma non riporta al punto di partenza. Qualcosa è cambiato irrimediabilmente.
In questa prospettiva, il rito può essere accostato al processo alchemico: non una purificazione che elimina il male, ma una trasformazione che passa attraverso il contatto con ciò che è oscuro, ripugnante e doloroso. Anche la lenta uccisione di una compagna di carcere, realizzata attraverso la candeggina, sembra evocare un tentativo estremo di pulizia, quasi una purificazione dello stomaco. Ma che cosa può davvero essere lavato via? La colpa, il ricordo, la contaminazione prodotta dalla violenza? Il film lascia aperta la domanda, mostrando quanto il desiderio di espiazione possa confondersi con quello di punire.
È qui che la vendetta incontra il problema dell’Ombra. In senso junghiano, l’Ombra non coincide semplicemente con il male, ma comprende ciò che l’Io fatica a riconoscere e a integrare di sé. In Lady Vendetta la crudeltà non appartiene soltanto al persecutore: attraversa anche le vittime, che scoprono in sé una capacità di infliggere dolore forse incompatibile con l’immagine che avevano di sé stesse. Il confine tra giustizia e sadismo diventa così instabile. Non basta essere stati feriti per sapere che cosa fare della propria ferita.
La stessa protagonista si trova di fronte a un limite che non può essere superato con la sola volontà. Il rapporto con la figlia apre una domanda più difficile di quella della vendetta: dopo tutto ciò che è accaduto, è ancora possibile amare? E, soprattutto, è possibile accettare di essere amati? La protagonista sembra dubitarne, come se il carcere, la colpa e il dolore avessero compromesso la possibilità di abitare una relazione intima. La rinuncia all’amore può apparire una forma di protezione, ma anche il prezzo di un’espiazione che non conosce fine.
Questa immagine apre una questione importante per il lavoro clinico. Accogliere, perdonare e riparare sono possibilità preziose, ma possono trasformarsi in imperativi quando diventano obiettivi da raggiungere a ogni costo. Talvolta il terapeuta rischia di investire nella ricostruzione di un legame, o nel recupero di una parte di sé, più di quanto il paziente possa o desideri fare. Il bisogno di riparare può diventare una missione urgente, una sorta di furor reparandi che finisce per confondere il desiderio del clinico con quello di chi gli sta di fronte.
Non sempre, infatti, la crescita coincide con il recupero di ciò che è stato perduto. A volte occorre riconoscere che una relazione non può essere ricostruita, che una ferita non si rimargina completamente e che alcune possibilità immaginate non saranno realizzate. Accettare il limite non significa necessariamente rassegnarsi: può voler dire liberare energie per investire altrove, in forme di vita e di legame che non erano state previste. Anche la speranza, per non diventare violenta, deve poter cambiare forma.
Il film ci conduce infine verso un tema che attraversa tutta la riflessione analitica: il rapporto con la morte. Come scrive James Hillman in La forza del carattere, confrontarsi con il limite può modificare lo sguardo sulla vita, rendendolo più attento a ciò che conta davvero. In L’ultima immagine, il suo racconto degli ultimi giorni, la morte non è soltanto un evento da attendere o da negare, ma una realtà da contemplare e con cui continuare a dialogare. La consapevolezza della finitezza non sottrae necessariamente vitalità all’esistenza; può, al contrario, restituirle urgenza e profondità.
In una cultura che tende spesso a confinare la morte lontano dalla quotidianità, delegandola agli ospedali e agli spazi specializzati, il film restituisce centralità alla funzione dei rituali. La morte viene circondata da gesti, parole e azioni condivise che permettono ai vivi di riconoscere ciò che è accaduto. Quando questi rituali si impoveriscono, il dolore rischia di rimanere senza una forma comune in cui essere accolto.
Forse è proprio questo che Lady Vendetta ci lascia in eredità: non la promessa di una catarsi definitiva, ma l’immagine di un cerchio che si chiude senza cancellare ciò che è avvenuto. La vendetta non restituisce i morti, il perdono non annulla la colpa e la riparazione non riporta necessariamente le cose al loro posto. Eppure, nel riconoscimento condiviso della perdita, può aprirsi uno spazio nuovo. Non per tornare alla vita di prima, ma per trovare, dentro il limite, un modo diverso di continuare a vivere.

Riferimenti bibliografici
Jung, C. G. (1944), Psicologia e alchimia, Opere, vol. 12.
Hillman, J. (1975), Re-visione della psicologia.
Hillman, J. (1999), La forza del carattere
Hillman, J. (2001), L’ultima immagine

