I ciclo: Il viaggio dell’eroe

 

Stardust (2007)

Gli articoli proposti in questa rubrica riportano le riflessioni condivise dal gruppo di “Inter(cine)visioni”, che si riunisce mensilmente nell’Aula Bernhard dell’AIPA di Roma. La visione condivisa di un film accende un “libero gioco di immaginazione e intelletto” (Kant, 1790), ma anche di sensazioni, pensieri, sentimenti e intuizioni, quindi un preludio di conoscenza, un attivarsi di istanze simboliche, che poi iniziano a integrarsi in una cultura analitica condivisa. Si tratta di toccare assieme una sensibilità archetipica: “Ogni relazione con l’archetipo, vissuta o semplicemente espressa, è «commovente», cioè essa agisce perché sprigiona in noi una voce più potente della nostra” (Jung, 1922).  

A cura di Alessandro Generoso,
Con la partecipazione di Valerio Colangeli e Riccardo Venci

 

Il film Stardust, diretto da Matthew Vaughn e tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman. Sotto la forma di una fiaba moderna e avventurosa, il racconto si sviluppa attraverso una trama ricca di immagini che si prestano a una lettura psicologico-simbolica del viaggio dell’eroe.

Tristan Thorn è il protagonista della vicenda: un giovane ingenuo, ancora privo di una chiara identità, nato dall’unione inconsapevole tra un uomo del villaggio e una fata tenuta prigioniera da una strega. Ignaro delle proprie origini, Tristan è inizialmente mosso da un desiderio eterodiretto: conquistare l’amore di Victoria, figura femminile narcisistica, opportunista e profondamente ancorata a valori di superficie. La promessa di riportarle una stella caduta dal cielo diventa così la sua prima chiamata all’avventura. Il superamento del muro che separa il mondo degli uomini dal regno magico di Stormhold rappresenta uno dei nuclei simbolici centrali del film. Il confine, elemento ricorrente nella fiaba, può essere letto come la soglia tra coscienza e inconscio. Non a caso Tristan inizialmente resiste alla chiamata: il suo desiderio non nasce da una fedeltà al Sé, ma da una proiezione idealizzata. La necessità di una doppia chiamata segnala la resistenza dell’Io, che accetta l’ignoto solo quando le motivazioni superficiali iniziano a mostrare la loro inconsistenza. Attraversare il confine significa entrare nello spazio dell’inconscio, dove il reale si popola di figure archetipiche e di prove iniziatiche. Stormhold diventa così il teatro simbolico del processo trasformativo.

La strega Lamia incarna in modo evidente il ritorno dell’Ombra. Mossa dal desiderio di eterna giovinezza e potere, ella vuole divorare il cuore della stella per sottrarsi al tempo e alla morte. Lamia rappresenta una dimensione regressiva e divorante dell’inconscio, fissata sull’onnipotenza e incapace di accettare il limite. Accanto a lei, la presenza del doppio guardiano rafforza la funzione dell’Ombra come soglia: l’antagonista non è soltanto un nemico esterno, ma una forza psichica che obbliga il protagonista a confrontarsi con ciò che è rimosso, minaccioso e al tempo stesso necessario per la trasformazione.

Il personaggio del capitano Shakespeare assume nel film una chiara funzione di Trickster. Ambiguo, ironico, sovversivo rispetto ai ruoli sociali, egli accompagna i protagonisti in un momento cruciale del loro viaggio. La sua funzione è destabilizzare le certezze dell’Io, introdurre elementi di gioco e di paradosso e rendere possibile il passaggio a un livello di coscienza più ampio. La sua presenza non guida in modo lineare, ma apre possibilità, creando uno spazio intermedio in cui la trasformazione può avvenire.

Il viaggio di Tristan può essere letto anche come un progressivo percorso di relazione con il femminile. Victoria incarna un’immagine femminile proiettiva e idealizzata, legata al riconoscimento sociale e al narcisismo. Yvaine, la stella caduta dal cielo, rappresenta invece una figura femminile viva, inizialmente rifiutata e svalutata. Il fatto che la stella, nel mondo degli uomini, perda la propria luce rimanda al tema della letteralizzazione del simbolo: ciò che appartiene all’inconscio, se ridotto a oggetto di possesso o a realtà meramente concreta, perde la sua forza trasformativa. Solo quando Tristan rinuncia al possesso e riconosce l’alterità della stella, il rapporto con il femminile diventa realmente generativo.

Il percorso dell’eroe conduce progressivamente Tristan alla scoperta della propria vocazione, del proprio daimon. L’accettazione delle origini e della propria appartenenza al regno di Stormhold segna il passaggio da un’identità costruita sull’adattamento a un’identità fondata sulla fedeltà al Sé. La letteralizzazione del sangue blu dei principi richiama simbolicamente una qualità interiore, una chiamata che non può essere ridotta a un dato biologico o sociale. Il viaggio diventa così un cammino verso l’assunzione della propria unicità. Anche la relazione padre-figlio trova nel film una risoluzione maturativa. La scoperta delle origini non produce una frattura distruttiva, ma consente un’integrazione più ampia dell’identità. Il confronto con la dimensione paterna non si traduce in sottomissione o ribellione sterile, ma in un riconoscimento simbolico che sostiene il processo di individuazione.

In conclusione, Stardust si configura come una fiaba moderna capace di rappresentare, attraverso immagini simboliche, il viaggio dell’Io verso il Sé. Ombra, confine, Trickster, femminile e vocazione si intrecciano in una narrazione che, pur nella leggerezza del fantastico, offre una rappresentazione profonda del processo trasformativo che accompagna l’esperienza umana.

Bibliografia

  • Jung, C. G., Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri.
  • Jung, C. G., Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri.
  • Jung, C. G., L’Io e l’inconscio, Bollati Boringhieri.
  • Neumann, E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio.
  • von Franz, M.-L., Le fiabe interpretate, Bollati Boringhieri.
  • Von Franz, M – L, L’ombra e il male nella fiabe, Bollati Boringhieri.
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