Whiplash (2014): tra passione, ossessione e mito.
«La ghianda è ossessiva. È tutta e solo concentrazione… Ci vuole rispetto. Per favore. Bussate prima di entrare.»
(Hillman, Il codice dell’anima, 1997)
Nel film Whiplash di Damien Chazelle, l’incontro fra il giovane batterista e il suo mentore estremizza una tensione antica: dove si colloca il confine tra disciplina e violenza psichica? Tra passione e ossessione? Nelle nostre riflessioni di gruppo abbiamo osservato come il protagonista incarni una forma di ambizione totalizzante, che sacrifica relazioni, affetti e persino il proprio corpo (le sue crisi dissociative durante le esecuzioni ne sono un chiaro segnale). Il mentore agisce come uno sparring partner, spingendolo oltre il limite, con la convinzione che la grandezza nasca solo dalla frustrazione.
Ma è davvero necessario infrangere per far emergere il talento? L’atletica agonistica e gli esempi di grandi artisti sembrano confermarlo, e tuttavia sappiamo che per molti la stessa dinamica produce rottura, caduta, talvolta patologia. In terapia incontriamo spesso strutture narcisistiche che si reggono sulla competizione. Per alcuni funzionano come difesa; per altri l’urgenza non è diventare “il migliore”, ma essere visti.
Secondo James Hillman, se dentro c’è il daimon, emergerà comunque, anche se, spesso, può entrare in conflitto con l’ambiente circostante. L’ambiente formativo descritto nel film appare mortifero: la musica, che dovrebbe evocare vita, creatività, passione, si riduce a esercizio tecnico, ricerca di perfezione, con poco spazio per l’espressione personale. Alcuni conservatori iniziano oggi a introdurre sportelli psicologici; segno che qualcosa di questo modello educativo sta scricchiolando.
Per la psicologia analitica, la questione si sposta: non si tratta solo di quanto spingere, ma di come accompagnare. L’analista, come il mentore, ha un potere: può regolare, provocare, sostenere. L’aggressività può avere una funzione trasformativa, se accolta e non agita. La differenza passa spesso dal modo in cui restituiamo senso: non sempre con l’interpretazione, che satura i significati, ma con la restituzione, utilizzando le immagini portate dal paziente, lasciando spazio al suo processo trasformativo.
Nel Libro Rosso (Liber secundus, cap. XIII, L’assassino sacrificale, cap. XIX, Il dono della magia) Jung afferma che l’obiettivo della terapia non è scoprire un talento, ma poter rinunciare alla consolazione. Significa accettare la sofferenza come parte del cammino individuativo, non cadere nella confusione tra Eros e Ares (Hillman, 2004). Talvolta è più importante non essere i più bravi, ma restare in sintonia con sé stessi. Molti grandi artisti hanno dato molto al pubblico, ma a prezzo del proprio benessere.
Non si tratta quindi di psicoanalisi dell’arte, ma dall’arte (Di Benedetto, 2000): non applicare categorie cliniche al mito, ma cogliere la mitologia dentro la psicoanalisi. In questo senso il cinema, come il mito, offre immagini e personaggi che attivano risonanze archetipiche. Se a un adolescente spaventato dalla propria aggressività diciamo che, nel mito, “Ares e Afrodite stanno insieme”, la pulsione smette di essere percepita come patologica e diventa una storia, antica, universale, condivisibile. Anche le storie cliniche dei nostri pazienti, per diventare “vere”, potrebbero cominciare così: “C’era una volta un bambino che voleva diventare il più grande” e non solo “Il paziente presenta una struttura narcisistica con un’ambizione onnipotente, ai limiti del delirio ossessivo”. Non solo cosa raccontiamo, ma anche come lo raccontiamo può fare la differenza.
Nella stanza analitica – come nel film – mentore e allievo si muovono dentro un campo complesso, dove transfert personale e archetipico si intrecciano. Il mentore può incarnare insieme Ombra e Anima, sangue e sudore, morte e trasformazione. Fintanto che manterrà la sua natura sfaccettata, senza appiattirsi su un’unica forma, rispecchierà la molteplicità della psiche e sarà in grado di orientare.
Forse, più che produrre il “migliore”, il compito di un accompagnatore – che sia insegnante, terapeuta o maestro d’arte – è aiutare a incontrare la propria misura e a trovare nuovi linguaggi per raccontare la propria storia.
Valerio Colangeli
Bibliografia
Di Benedetto, A. (2000), Prima della parola. L’ascolto psicoanalitico del non detto attraverso le forme dell’arte. Milano: FrancoAngeli, 2011.
Jung, C. G., Shamdasani, S. (a cura di), Il libro rosso. Liber Novus, Torino: Bollati Boringhieri, 2012.
Hillman, J. (1996), The Soul’s code. In Search of Character and Calling, tr. it., Bottini, A., Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, 1997.
Hillman, J. (2004), A Terrible Love of War, tr. it. Bottini, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano, 2005.
Nante, B. (2012), Guida alla lettura del Libro rosso di C. G. Jung, Torino: Bollati Boringhieri.

